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Commento al Vangelo della Domenica delle Palme 28 marzo 2021

Domenica delle Palme - Una donna unse il capo di Gesù - 28 marzo 2021

Prima lettura: dal Libro del profeta Isaia, cap. 50 vv. 4-7
Il servo di Dio è l’unico mediatore

Con il Salmo 21 diciamo:
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Seconda lettura: dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi, cap. 2 vv. 6-11
Il nome di Cristo è al di sopra di ogni altro nome

Dal Vangelo secondo Marco, cap. 14 e 15
Passione di Nostro Signore Gesù Cristo secondo Marco

Siamo giunti alla Domenica delle Palme e la prima lettura, il “terzo canto del servo”, ci aiuta a entrare nella Passione secondo il vangelo di Marco. Il profeta parla in prima persona, come sia gli antichi che gli studiosi moderni ritengono: è un brano autobiografico, nel quale Isaia, però, non si definisce “servo”, piuttosto si apre a una confessione, dichiarandosi innanzitutto discepolo, poi profeta perseguita-to, infine profeta sostenuto in tribunale (nei vv. 8-9 che la liturgia non proclama). Egli afferma che il Signore gli ha dato «una lingua da discepolo», perché sappia indirizzare una parola allo sfiduciato (v. 4; altra traduzione: perché sappia sorreggere lo stanco) e ogni mattina lo risveglia una parola. «Ogni mattina mi risvegli l’orecchio per ascoltare come i discepoli» (v. 4). Nel testo ebraico si usa il termine limmûd, discepolo, che in Isaia (cf. 8,16) indica colui che ha ricevuto la rivelazione di Dio e la deve a sua volta trasmettere. Il profeta, infatti, non solo è l’uomo che inclina l’orecchio (= intelligenza) alla Parola, ma ha avuto anche una “lingua da discepolo” (v. 4): egli continua la tradizione profetica. Poi prosegue nella sua confessione e afferma: «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non mi sono ri-bellato, né tirato indietro» (v. 5). Potrebbe riferirsi alla pratica di forare l’orecchio allo schiavo in se-gno di appartenenza per tutta la vita (cf. Es 21,2-6), perciò il profeta si presenterebbe come lo “schia-vo del Signore”, oppure, ipotesi migliore, riferirsi a ciò che afferma anche il Sal 40,7: «Non ti piaccio-no [Signore] sacrifici e offerte, / gli orecchi mi hai aperto (letteralmente: mi hai forato/scavato); non hai chiesto olocausti e vittime espiatorie». Il verbo forare/scavare si riferisce allo scavo dei pozzi e qui potrebbe intendere che l’azione di Dio è di “scavare l’orecchio”, cioè penetrare nell’intelligenza (l’orecchio è la parte esterna per dire la mente), rendendo attento e docile l’ascolto. Isaia, insomma, dichiara e confessa la sua appartenenza incondizionata al Signore. Così si comporta il vero discepo-lo/servo di Dio.
Il profeta, poi, dice: «Ho dato il dorso ai flagellatori / e le mie guance a coloro che mi strappavano la barba, non ho sottratto la faccia / agli scherni e agli sputi» (v. 6). Egli è servo non solo perché ha im-parato dalla parola ma anche dalle sofferenze sopportate: esse danno forza per sopportare le prove, necessarie per la salvezza. Isaia, insomma, afferma che gli oltraggi sono una scuola pratica di obbe-dienza a quella Parola, che altrimenti rifiuteremmo, perché incapaci di accoglierla e farla fruttificare. Paolo, nella seconda lettura, fa comprendere che l’umiltà non è un atteggiamento spirituale, ma è pro-prio una condizione: è farsi piccolo per amore, come ha fatto Cristo nel suo abbassamento.
Gesù proprio nella sua passione insegna che la vita nuova inizia nel momento in cui percorriamo con lui la via dolorosa e, come le donne, siamo fedeli alla sequela, anche se non comprendiamo il mistero e forse la paura alberga nei cuori. Come il centurione dovremmo imparare che proprio sotto la croce, davanti al Servo Crocifisso per amore, abbiamo la rivelazione somma del Figlio di Dio: è solo qui che si comprende la potenza del Vangelo.