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Commento al Vangelo di Domenica 9 maggio 2021

6A DOMENICA DI PASQUA – ANNO B

1a lettura: At 10,25-26.34.44-48
Salmo: Sal 97
2a lettura: 1Gv 4,7-10
Vangelo: Gv 15,9-17

COMMENTO
La pericope evangelica proclamata domenica scorsa (Gv 15,1-8), centrata sul simbolo della vite, ci ha fatto riflettere su quanto sia importante per Gesù il rapporto con i suoi discepoli. Oggi, la sua continuazione (Gv 15,9-17) ci rivela che il comandamento dell’amore si concretizza nel rapporto di dedizione tra i discepoli. Se però tutto si esaurisse qui, possiamo dire con Qoèlet che «non c’è niente di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9b).
La loro dedizione reciproca o l’interesse dell’uno per gli altri e viceversa, non è soltanto il risultato di un’affezione umana, deriva dal Signore risorto, raggiungendoli e coinvolgendoli da renderli protagonisti nella testimonianza di ciò che hanno udito, veduto e toccato (cf 1Gv 1,1): «Dio è amore» (1Gv 4,8). È lo stesso Gesù, d’altro canto, a dire ai suoi discepoli che saranno riconosciuti come tali se avranno amore gli uni per altri (cf Gv 13,35b; 15,12).
L’amore, che ha come condizione il rimanere, chiede di essere vissuto in pienezza, come se non avessimo un’altra opportunità. Vivere “senza tener conto di” e senza fare differenze di persone (cf At 10,35); accogliendo e non rifiutando, apprezzando e non discriminando, difendendo e non accusando, morendo e non risparmiandosi (cf Gv 15,13).
Non è un caso e né tantomeno un errore che Gesù introduce qui la categoria dell’amicizia (i Vangeli sinottici – Mt, Mc e Lc – usano il termine fratelli e non amici [Mt 12,46; Lc 8,19; Mc 3,31]), alludendo ad una compenetrazione di vita tra i discepoli. Essi non possono evitarsi; il male di uno addolora tutti e la gioia dei tanti rincuora e da speranza a chi, i propri sogni, sono andati in fumo.
Questa è, dunque, la chiamata di ogni discepolo, alla quale deve dare una risposta portando frutto, che non consiste semplicemente in azioni di carità o in gesti di solidarietà, ma nel vivere un’esistenza piena che comunichi la vita stessa di Dio. L’antropologia giovannea propugna per i discepoli l’accoglienza della vita divina dentro di sé, che lascia il proprio segno in tutte le relazioni, trasformandole. In uno scritto del ’47, Chiara Lubich, fondatrice dell’Opera di Maria (o Movimento dei focolari) e serva di Dio, dice che
«la tua dignità di figlio di Dio, l’anelito della tua anima a grandi cose, la libertà che Dio ti ha donato, ti chiamano ad accrescere sempre più in te, coi Sacramenti, la preghiera, l’amorosa corrispondenza, il dono divino della grazia, che è partecipazione alla vita divina. Così rimarrà sempre più in te e tu rimarrai sempre più in Lui, giacché la grazia Sua è una realtà suscettibile di aumento. [...] Gesù si è fatto “presenza” in tutti i tuoi fratelli. Rimani in loro... nei loro dolori, nelle loro preoccupazioni, nelle loro fatiche, nei loro bisogni, nelle loro gioie. Ed i dolori, le preoccupazioni le fatiche, le pene, i travagli, le gioie rimangono in te. E raccoglierai, come frutto: opere di misericordia. Resta come tralcio unito alla Vite Divina e, per la sua onnipotenza, raccoglierai: anime per il Paradiso».