Incontrarsi per conoscersi e condividere esperienze, emozioni, sguardi per riuscire a non sentirsi soli in questa responsabilità, avendo ben presente la meta comune verso cui essere diretti: la santità. 
È stato questo l’obiettivo del percorso di formazione fatto con i responsabili giovani in questo strano periodo storico e che adesso è giunto al termine.
Sono stati 3 incontri ricchi, illuminanti e importanti per ciascuno di noi ed è per questo che ci piace l’idea di condividere un riassunto degli incontri e delle riflessioni fatte dai responsabili, riflessioni che ci hanno stupito: non è facile aprirsi di fronte a persone che nemmeno si conoscono e non è nemmeno facile farlo davanti al PC.

La nostra responsabilità è iniziata allo stesso modo: con uno STOP, con un cambiamento radicale, non solo in termini associativi ma proprio un cambiamento nella nostra vita. Dopo lo “stop iniziale” ci siamo tutti adattati e la nostra vita, AC compresa, si è spostata su digitale. Ciò che ha caratterizzato questo periodo è stata la condivisione e la necessità di sentirci “tutti sulla stessa barca” ed è proprio dall’immagine della barca che siamo partiti per conoscerci. È vero che siamo tutti sulla stessa barca, ma che ruolo abbiamo su questa barca? Le risposte a questa domanda sono state varie e fantasiose: c’è chi ha scelto la bussola perché ha perso completamente il senso dell’orientamento e non riusciva a direzionare gli altri; c’è a chi ha scelto i remi e, in questa situazione di emergenza, si è dato da fare pur di non perdere il contatto con i giovani; c’è chi ha scelto la vela, consapevole che solo affidandosi al signore si poteva affrontare questo pericolo. 
Il responsabile ha una bella barca da condurre e su questa barca non è da solo. È in compagnia di quanti insieme a lui condividono la stessa responsabilità, dei quali può avvalersi per un confronto, un aiuto o semplicemente per ricordarsi quale direzione prendere.

Riconoscere di essere stati chiamati alla responsabilità, è stata la seconda tappa di questi incontri.
Perché proprio io e non un altro? Perché proprio in questo momento storico? A volte abbiamo bisogno dei promemoria per ricordare e riscoprire la chiamata del Signore e per ricordare e riscoprire di essere i protagonisti di questo tempo. Abbiamo bisogno di un promemoria per sentirci “CHI- AMATI”, sono stato scelto io perché sono amato/a e scelgo l’altro proprio perché mi ama, perché mi arricchisce e perché mi fido. Indipendentemente dalla convinzione con cui è stato detto “si” a questa chiamata, è necessario tenere presente che da quel “si” non appartieni più a te stesso/a, sei dono e lo sei perché hai ricevuto tanto. Ognuno ha il proprio percorso, ognuno i propri talenti, i propri pregi e i propri difetti.
Ci sono due cose belle da sottolineare:
1. La nostra diversità non è importante per il Signore e non è importante per l’AC.
È una diversità che va valorizzata, consapevoli che, solo con il contributo di ciascuno possiamo remare insieme e svolgere un servizio che metta al centro l’altro;
2. Non siamo soli, ma c’è una comunità. In quest’ottica possiamo riscoprire l’appartenenza all’AC, come appartenenza alla Chiesa e come appartenenza a una casa a cui tornare, in cui amare e in cui riscoprirci responsabili consapevoli del fatto che la scelta fatta è una vocazione.

Non resta che riscoprire i compiti della responsabilità e saperli leggere alla luce di quello che abbiamo vissuto. Quali atteggiamenti siamo chiamati a maturare e curare con maggior attenzione in questo nuovo periodo che come associazione ci troviamo a vivere? Sarà necessario provare a vivere sempre di più il nostro impegno di discepoli-missionari con gesti e occasioni di vicinanza, con la testimonianza di chi scorge i segni della presenza di Dio nella propria storia e nel mondo in cui vive. Le nostre comunità parrocchiali avranno bisogno di laici che hanno provato a non mettere in pausa il loro essere credenti, che hanno atteso la riapertura delle Chiese nella preghiera, nella riscoperta dell’incontro quotidiano con la Parola, nel desiderio di ritrovarsi insieme, nella solidarietà attiva e creativa.

Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che siamo perduti?». I discepoli erano già pescatori eppure sono stati sorpresi dalla tempesta, come noi. In questa situazione di emergenza hanno subito pensato che Gesù dormisse perché non era interessato a loro.
Dorme, ma è sulla barca. Non ha abbandonato i suoi compagni di viaggio.
Ci interessa sapere che lui c’è: nelle nostre scelte, nella nostra quotidianità non ci abbandona. Consapevoli di questo potremmo dire un “si” più convinto alla chiamata alla responsabilità.

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