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Questo tempo vale la pena di essere speso

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Durante il suo saluto, al termine della seconda Assemblea Nazionale di AC, il 23 settembre 1973, Vittorio Bachelet diceva: “…questo sforzo, questa fatica, questo tempo che noi strappiamo alle nostre occupazioni, alla nostra famiglia, alla nostra vita quotidiana vale la pena davvero di essere speso.”*

A questa frase ci siamo ispirati per iniziare il cammino associativo del Settore Adulti di questo anno 2026/2027, incontrandoci venerdì 16 ottobre presso la parrocchia di San Demetrio a Salerno. Un anno impegnativo, perché è l’anno che chiude un triennio e ne avvia un altro, e per questo un anno ancora più bello, perché ci pone interrogativi e domande ai quali dobbiamo dare risposta.

Partendo dalla condivisione di quanto, come Settore Adulti diocesano abbiamo vissuto insieme in questo triennio, dal primo incontro diocesano del 17 marzo 2024, passando per il Campo diffuso dell’estate successiva e gli incontri zonali come quello svoltosi a Giovi nel marzo 2025, fino al fine settimana di pellegrinaggio alla scuola di Barbiana e al santuario delle Verna, per finire con il campo scuola residenziale dello scorso luglio, abbiamo provato a delineare il cammino di impegno e condivisione che vogliamo portare avanti.

La frase di Bachelet ci richiama il verbo “spendere”. Non si spende ciò che si ha in abbondanza e che non ci importa, ma ciò che ha valore, e lo si spende per qualcosa che si ritiene più prezioso. Il tempo è la risorsa più scarsa di un adulto: tra lavoro, famiglia, figli, genitori anziani, scadenze, non ne avanza mai. Dire che vale la pena significa dichiarare che c’è qualcosa per cui il tempo non è “perso”, ma investito.

Poi la parola questo: non un tempo ideale, passato o futuro, ma questo tempo, il nostro, con le sue fatiche, la stanchezza e la crisi della partecipazione. Bachelet era un uomo del suo tempo: giurista, docente, presidente dell’AC negli anni del Concilio, dentro i cambiamenti più profondi del Paese e della Chiesa. Non ha speso il suo tempo rimpiangendo quello di prima, ma abitando quello che aveva. E lo ha speso fino in fondo, fino al 12 febbraio 1980.

Il percorso assembleare ci mette davanti tre verbi. Proviamo a leggerli come tre modi di spendere bene il tempo, tre risposte alla domanda “per che cosa vale la pena?”.

Custodire non è conservare sottovetro. È prendersi cura di ciò che è prezioso e ci è stato affidato: la fede, una storia associativa di oltre 150 anni, le relazioni, le persone (soprattutto quelle più fragili), il legame con la parrocchia e il territorio. Chi custodisce dedica tempo a cose che non fanno rumore: una telefonata, una presenza, una memoria trasmessa, una responsabilità portata con fedeltà.

Il rischio: custodire diventa “si è sempre fatto così”. Custodire senza rinnovare è nostalgia.

Rinnovare non vuol dire buttare via o rincorrere le mode, ma ridare vita: nuovi linguaggi, nuovi volti, passaggi di testimone, la capacità di lasciare spazio ai più giovani e di cambiare ciò che non parla più. Per un adulto significa anche rinnovare se stesso, accettando di essere ancora in cammino, ancora in formazione.

Il rischio: rinnovare senza radici diventa cambiare per cambiare, rinnovamento di facciata.

Sperimentare è il verbo del coraggio e della fiducia: provare strade nuove sapendo che qualcosa potrebbe non riuscire. Significa accettare il rischio dell’errore, avviare piccoli esperimenti (un gruppo di ascolto, una proposta nuova per le famiglie, un modo diverso di stare nel quartiere), e fidarsi dello Spirito che precede.

Il rischio: sperimentare senza ascoltare e senza custodire diventa improvvisazione, e il tempo si disperde.

Custodire ci dà radici, rinnovare ci dà vita, sperimentare ci dà futuro. Nessuno basta da solo, ma ciascuno di noi, in questa stagione della vita, sente di più la chiamata a uno dei tre. E allora la domanda di Bachelet torna, personale: Questo tempo, il mio tempo, come voglio spenderlo? Quale di questi tre verbi mi chiede di più, oggi?

*(Tratto da Il servizio è la gioia. Scritti associativi ed ecclesiali (1959-1973), Vittorio Bachelet, AVE 1992)


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