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Non abbiate paura

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Il racconto evangelico che la Liturgia invita a meditare nella notte santa si apre in un clima di silenzio e di attesa: “dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana”. È l’ora di confine, quando la notte non è ancora del tutto finita e il giorno non è ancora pienamente iniziato. È proprio in questa soglia che Dio interviene: il terremoto scuote la terra, l’angelo rotola la pietra, la morte perde il suo sigillo.

Il cuore del messaggio è racchiuso nell’annuncio:

«Non è qui. È risorto».

Non si tratta semplicemente di un ritorno alla vita, ma dell’irruzione di una vita nuova, definitiva, che trasfigura la morte stessa. La pietra rotolata non serve tanto a far uscire Cristo, quanto a permettere a noi di entrare nel mistero: vedere il vuoto del sepolcro e credere che la promessa si è compiuta.

Colpisce che le prime destinatarie di questo annuncio siano delle donne, Maria di Màgdala e “l’altra Maria”. Esse rappresentano la Chiesa nascente: una comunità che cerca, che ama, che si mette in cammino anche quando tutto sembra perduto. La loro esperienza è profondamente umana e pastorale: partono per compiere un gesto di pietà verso un morto, e si ritrovano investite di una missione verso i vivi.

Il brano evangelico sottolinea una dinamica interiore molto vera: “con timore e gioia grande”. La Pasqua non cancella la complessità dei sentimenti, ma li attraversa e li trasforma. La paura non sparisce magicamente, ma viene abitata da una gioia più forte. Per questo il primo imperativo è:

«Non abbiate paura».

È una parola che attraversa tutta la rivelazione e che qui trova la sua conferma definitiva. Emerge con forza un invito: passare dalla ricerca statica all’annuncio dinamico.

Le donne non possono restare al sepolcro, nemmeno per contemplare il segno. Devono andare, correre, raccontare. La fede pasquale non è mai solo esperienza interiore: è sempre missione, comunicazione, testimonianza. E soprattutto è incontro: il Risorto “viene loro incontro”. Non siamo noi a raggiungere Dio, ma è Lui che ci precede e ci attende, come dice il riferimento alla Galilea, luogo della vita quotidiana.


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