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Sempre allegri… con Pier Giorgio

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I campi ACR: una storia sempre antica e sempre nuova

Ogni anno, c’è l’usanza per gli Acierrini di andare ai campi scuola.
Prendendo in prestito il celebre incipit de La livella del Principe Totò, si vuole provare a raccontare quelli che sono stati cinque giorni intensi che gli Acierrini 12-13 anni della diocesi di Salerno hanno vissuto ad Acerno. Per l’ACR i Campi non sono un’usanza che si ripete ogni anno, da anni, da decenni, in maniera sempre uguale a sé stessa, in modo sistematico e ripetitivo, anzi rappresentano un’occasione sempre nuova di fede, in primis, e di vita associativa e di legami amicali, dopo.
Allora con occhi pieni di gioia, speranze e attese, paure per chi e cosa si lascia, ecco arrivare Francesco da Battipaglia, Renato da Lancusi, Luce da Salerno, Valeria da Solofra. Ad aspettarli e ad accoglierli la Responsabile diocesana ACR e di campo, Silvana Castiglia, e l’Assistente diocesano ACR, don Carmine De Angelis, ed educatori appassionati di Cristo, della Sua Chiesa e dell’AC che hanno deciso di spendere tempo, il proprio tempo, nell’educazione umana e cristiana dei Bambini e dei Ragazzi.
Ad accompagnarli in questi cinque giorni c’è stato san Pier Giorgio Frassati (per gli amici Pier Giorgio, o Piggi o Robespierre). La vita di Piergiorgio, spesa tra lo studio e il divertimento attraverso la Compagnia dei tipi loschi, tra l’amore per l’Eucaristia e il tempo donato ai bisognosi, è servita da sprone, da modello a cui guardare. Piergiorgio ha tutte le caratteristiche per essere un credibile compagno di strada per gli acierrini: l’età, la voglia di studiare e di divertirsi, l’amore per la propria città (caratteristiche che don Carmine ha messo ben in luce nell’omelia della Santa Messa dell’ultimo giorno). Ma, al contempo, Pier Giorgio ha provocato i ragazzi a vivere e non vivacchiare, a spendere la propria vita a pieno, senza remore, senza freni, una vita tra gli occhi puntati al cielo, con le braccia rivolte al prossimo, con i piedi ben piantati a scalare non tanto le montagne, ma le città dell’uomo in cui ciascuno, acierrino compreso, è dato da vivere e testimoniare l’amore di Gesù.
Carlo Avagliano

Quando mi è stato proposto di accompagnare i ragazzi, ho accettato subito. Dopo alcuni anni di pausa, sentivo il desiderio di tornare a mettermi al servizio dei ragazzi.
Il cammino è iniziato prima della partenza. Durante gli incontri di preparazione abbiamo imparato a lavorare insieme, condividendo idee, talenti e responsabilità. Così abbiamo sperimentato fin da subito il valore dell’amicizia.
La figura di Pier Giorgio Frassati ci ha accompagnati ogni giorno. La sua vita ci ha insegnato che la santità si vive nelle piccole cose servendo gli altri, coltivando amicizie sincere e mettendo Gesù al centro della propria vita.
Anche tra noi educatori è nato un forte spirito di collaborazione. Ci siamo sostenuti a vicenda e, insieme a tutta l’équipe, abbiamo cercato di offrire ai ragazzi un’esperienza bella e ricca di significato.
Un ricordo speciale è il percorso con il gruppo dei Lupi. Giorno dopo giorno i ragazzi hanno imparato a conoscersi, ad aiutarsi e a mettere i propri talenti al servizio degli altri. Vederli crescere come gruppo è stata la soddisfazione più grande.
Alla fine del campo abbiamo chiesto: Che cosa avete lasciato a valle? La risposta sono stati i telefonini .E quando abbiamo domandato come fossero stati senza, hanno risposto: Bene, non ne abbiamo avuto bisogno perché ci siamo sentiti accolti e abbiamo fatto tante nuove amicizie.
Queste parole raccontano il regalo più bello del campo: riscoprire la gioia dello stare insieme, parlarsi, condividere esperienze e costruire relazioni vere.
È questa l’eredità che porteremo con noi: la felicità nasce dalle relazioni autentiche e dal tempo donato agli altri.
E allora vi lasciamo con lo slogan che ci ha accompagnati durante questa esperienza e che racchiude l’entusiasmo del nostro gruppo.
Piggi ha sempre più Aura.
Katia

Non avrei mai immaginato che un ruolo come quello dell’educatore ad un campo ACR potesse fare per me.
L’idea stessa di dover “educare” qualcuno mi sembrava quasi strana.

Non si trattava di paura, ma di una lecita perplessità su come sarei potuto essere d’aiuto, su cosa avrei potuto trasmettere e su come avrei potuto dare il meglio. Ma appena arrivato al campo ho smesso di pensarci e ho deciso semplicemente di buttarmi, mettendoci tutto me stesso.
Una delle prime difficoltà è stata capire che non potevo più pensare solo a me stesso e ai miei ritmi. Vivere insieme h24 significava condividere ogni spazio, rispettare gli orari e stare dietro a giornate in cui non ci si ferma mai.
Eppure, la stanchezza non pesava più di tanto di fronte alla magia del vivere insieme: un caos continuo, sì, ma che mi porterò dentro per sempre.
A darmi la forza di superare tutto questo, però, non sono state solo le mie energie: la vera svolta è stata sapere di non essere solo.
Il gruppo educatori è diventato per me molto più di una squadra: è stato una vera e propria seconda casa.
Se io cercavo di essere un riferimento per i ragazzi, i miei compagni educatori lo sono stati per me. Ognuno di noi ha i propri pregi e difetti e, presi singolarmente, forse i nostri caratteri non sarebbero bastati; ma messi tutti insieme abbiamo formato una squadra perfetta.
Non mi hanno mai lasciato solo; nei momenti in cui la mia sola voce non bastava o quando avevo un dubbio su come agire, loro erano lì a darmi una mano, ad aggiungere la loro voce alla mia, a darmi il consiglio giusto.
Mi hanno trasmesso un modo di fare che ho potuto poi restituire ai ragazzi, e senza la loro presenza questa esperienza non avrebbe avuto lo stesso valore.
Mi auguro tanto che anche io abbia insegnato loro qualcosa, come loro hanno fatto a me.
E alla fine, la magia vera di questo campo sono stati proprio loro: i ragazzi. Ognuno di loro, dal più vivace a quello più timido, mi ha lasciato un insegnamento prezioso.
In un’età in cui si inizia a fare i conti con i primi pensieri e le prime insicurezze, stare con loro mi ha ricordato come guardare la vita con più gioia e spensieratezza, solo attraverso i loro occhi.
La differenza di età tra me e loro era minima; non sono lontano dal loro mondo e le insicurezze dell’adolescenza che loro stanno iniziando a vivere sono le stesse che io ho attraversato da pochissimo. Avere 16 anni ha avuto, perciò, un ruolo fondamentale.
Mi è venuto naturale mettermi nei loro panni, cercare di conoscere tutti e fare un passo verso chi era più timido per tirarlo dentro il gruppo e capire cosa stesse provando in quel momento.
Mi riempie il cuore l’idea di essere riuscito a donare loro qualcosa: che sia una riflessione di fede, un valore di rispetto, o anche solo una parola detta al momento giusto per farli sentire accolti o per far ridere. Sapere che la mia presenza può aver lasciato una traccia nel loro cammino è la sensazione più bella che mi porto a casa.
Perché se è vero che io ho provato a insegnare qualcosa a loro, la verità è che sono stati loro, insieme a tutta la squadra, a tirare fuori la parte migliore e più matura di me.
D’altronde l’ho detto anche a loro a fine campo: mi dispiace se in qualcosa sono mancato o se non sono stato un educatore perfetto. Ma il mio unico obiettivo era fare in modo che questa esperienza fosse bella per ognuno di loro. E vedere i loro volti sorridenti al momento di tornare a casa, sentire i loro “grazie” e sapere che si erano divertiti, mi ha fatto capire che forse, un piccolo contributo a quella felicità, lo avevo dato anch’io.
Questa prima esperienza non ha semplicemente segnato l’inizio di un percorso, ma ha trasformato il mio modo di guardare gli altri e il mondo. Sono partito con l’idea di dover trasmettere qualcosa agli altri, e sono tornato capendo che la lezione più grande l’avevo in realtà ricevuta io, come persona.
Alessandro


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