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Commento al Vangelo di domenica 16 maggio 2021

ASCENSIONE DEL SIGNORE – ANNO B

1a lettura: At 1,1-11
Salmo: Sal 46
2a lettura: Ef 4,1-13
Vangelo: Mc 16,15-20

COMMENTO
In questa domenica dell’Ascensione del Signore (Anno B), la liturgia della Parola ci fa riflettere sulla responsabilità di ogni cristiano di annunciare «il Dio che ha manifestato il suo immenso amore in Cristo morto e risorto» (Papa Francesco, Evangelii gaudium, 11). Un annuncio affidato al ministero degli apostoli (cf At 1,8) affinché oltrepassi i confini di Gerusalemme e giunga a tutto il creato (ktísis). Nella finale canonica o lunga del Vangelo di Marco (16,9-20), che ascoltiamo come pagina evangelica nell’eucarestia di questa domenica, considerata dagli studiosi un’aggiunta posteriore a Mc 16,1-8 (lo si capisce dallo stile, dal vocabolario, e soprattutto dal fatto che è assente nei manoscritti più antichi e più importanti) e comunque canonica a tutti gli effetti, il Risorto invia i discepoli alle genti per continuare il già iniziato annuncio della buona notizia (euangélion). «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo (euangélion) ad ogni creatura» (Mc 16,15). Nasce qui, «mentre lo guardavano [...] e una nube lo sottrasse ai loro occhi» (At 1,9), quella che papa Francesco ha definito Chiesa in uscita, che chiede al discepolo di ogni tempo di abbandonare la «propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (EG 20); una Chiesa in uscita, sì ma anche con le porte aperte, capace di saper «mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. [...] Come il padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà» (EG 46).
Le parole del mandato (cf Mc 16,15) contengono una provocazione («Andate»), indicano un itinerario («in tutto il mondo» e «a ogni creatura») e definiscono la missione («proclamate il Vangelo»). Per il discepolo di Cristo è tempo di andare. Se all’inizio è stato fondamentale, dopo la chiamata, rimanere accanto al Maestro per imparare da Lui (cf Mt 11,28) come diventare pescatori di uomini (cf Mc 1, 17), ora non si può vivere di nostalgici racconti che ricordano “i bei tempi”, ma bisogna gettare le reti. Con gesti e parole, «con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18), il discepolo è chiamato a diffondere l’amore liberante e gratuito di Dio, con atteggiamento di accoglienza e di misericordia verso tutti, perché ognuno possa incontrare la tenerezza di Dio e avere pienezza di vita. Non solo. È chiamato a compiere un grande lavoro: portare a vivere meglio, con più libertà, a liberare l’uomo dai pregiudizi che lo paralizzano e offendono la sua dignità. Dunque, non è possibile stare fermi a guardare, dobbiamo metterci in gioco e puntare a guadagnare uomini e donne contagiandoli con il Vangelo della vita, quella buona.
Per gli Undici, e non solo, c’è un itinerario ben preciso per il cammino della Parola. Da Gerusalemme alle strade del mondo e alle sue creature. Il termine ktísis utilizzato dall’evangelista, per indicare la direzione, può significare sia “creazione”, sia “creatura”, e sottolinea lo spessore cosmico dell’annuncio evangelico. Non è solo per «le pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 10,6), ma per tutti, nessuno escluso. Ma come è possibile realizzare questa missione? Incontrando le persone “senza restrizioni”; entrando con garbo e senza presunzione nella loro vita per condividerne i progetti o raccoglierne le rovine; camminando accanto a loro, dietro o davanti per sostenerle nella fatica e incoraggiarle a non mollare (tentazione frequente che porta al totale fallimento). Il Vangelo si annuncia con la prossimità. È questa la buona notizia (euangélion) da proclamare: io ci sono. Su di me puoi contare e ti puoi fidare. E allora non ci resta che dare significato all’ite, missa est che, come ad ogni eucarestia, ci invita a glorificare il Signore con la nostra vita.